La pandemia di coronavirus ci ha improvvisamente costretti a riconsiderare priorità e importanze nella nostra vita quotidiana. Ci sta indicando quanto alcune scelte passate relative a un modo di intendere la collettività, di stampo individualista, non abbiano aiutato a sostenere la crescita di tutti i cittadini lavoratori. Ora ci troviamo dinanzi ad un momento storico incredibile, inimmaginabile qualche mese fa, che ci deve necessariamente portare a ripensare quali siano i ruoli sociali ed economici più importanti per il benessere comune.   

Aspirare ad essere una grande democrazia oggi in era Covid-19 significa riflettere su come i lavoratori stanno contribuendo e costruiranno il bene comune, e su come tali contributi dovrebbero essere valorizzati e riconosciuti. Abbiamo dimostrato al mondo che la nostra sanità è in grado di garantire assistenza a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di rango, estrazione sociale e nazionalità, abbattendo qualunque forma di diseguaglianza in merito. Ora ci attende una sfida altrettanto complessa: quella di evitare che le diseguaglianze lavorative aumentino e avvelenino il futuro sociale del Paese e della Regione. In questi ultimi decenni abbiamo creduto, in modo arrogante, che ognuno poteva fare da sé, che ognuno bastava a se stesso; che il successo non era altro che una semplice equazione in cui il rapporto “merito” e “me stesso” non prevedeva altre variabili. L’epidemia che stiamo vivendo, invece, ci sta dicendo che non è così e ci invita a ripensare questa equazione, ad approdare ad una nuova etica della convivenza: stare separati per il bene di tutti e che nessuno si salva da solo. Michael J. Sandel, professore di Filosofia ad Harvard, sostiene che più crediamo che il nostro successo sia opera nostra, meno probabilità abbiamo di sentirci in debito, e quindi obbligati, nei confronti dei nostri concittadini. Questa spinta individualista ha plasmato il nostro modo di intendere la comunità, ha portato a guardare con sprezzo chi non ha scalato i gradini della società. Questo si è trasformato nel tempo in salari stagnanti, prospettive di lavoro incerte e precarie, determinando in questi lavoratori la percezione che lo Stato li abbia dimenticati e che la società  non provi rispetto per il tipo di lavoro che svolgono. Il populismo di destra ha spesso cavalcato e sicuramente cavalcherà questa distanza sociale parlando di lavoratori di serie a e lavoratori di serie b. Userà paroloni del tipo “l’elité che lavora comodamente da casa propria” contro “chi si spacca la schiena e rischia la propria vita”, accentuando questa distanza tra lavoratori e classi sociali. Molti dei lavoratori essenziali durante questa epidemia svolgono questi lavori che finora sono stati “invisibili” per la società: camionisti, magazzinieri, addetti alle consegne, agenti di polizia, vigili del fuoco, operatori socio-sanitari, cassieri dei supermercati, assistenti ospedalieri, assistenti domiciliari... Non hanno il lusso di lavorare  in sicurezza da casa e consentono ai più fortunati (l’elité) di lavorare in smartworking. Accanto ai medici e alle infermiere sono i lavoratori che mettono più a repentaglio la propria salute e di riflesso quella dei loro cari. Dovremmo partire da loro per ridisegnare la nostra economia e la nostra società, perché a questi lavoratori sia riconosciuto il giusto valore e compenso non solo in situazione di crisi ma anche quando torneremo alla normalità quotidiana. Quale lavoro per il futuro allora? Dobbiamo chiederci se vogliamo ancora sostenere e chiudere gli occhi dinanzi a condizioni lavorative che continueranno a creare e accentuare disuguaglianze,  aiutando ad inquinare il senso di comunità o se vogliamo lottare per garantire un lavoro onesto, giusto, premiato per il contributo che dà all’economia vera, quella del fare e non quella della finanza, della gestione del denaro. Sta a noi decidere quale sarà l’eredità di questa pandemia. Come popolo di sinistra siamo chiamati in questo periodo storico a farci trovare dal lato giusto del campo e non dove soffierà il vento del rancore. La forte solidarietà che stiamo sperimentando in questi giorni mi sembra una preziosa risorsa del nostro paese, che non dobbiamo disperdere, per dialogare in modo costruttivo e non colmo di ira del benessere comune.   Buon 1 maggio 2020.  


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