50 Anni dello Statuto dei Lavoratori. Bussola per il Futuro

Il 20 maggio 1970, al termine di un periodo di mobilitazioni sindacali e importanti riforme politiche, viene approvata come Legge dello Stato “Lo Statuto dei Lavoratori”. Una straordinaria conquista per il mondo dei lavoratori. Lo Statuto viene introdotto in un momento di grande complessità sul versante dei diritti sociali e di salute. Con una media di circa 8 infortuni mortali al giorno; in quegli anni andare a lavorare costituiva una forma di rischio per la propria vita.  Il tema della salute nei luoghi di lavoro è sempre stato un tema attuale, ma nell’ultimo decennio ha rivestito sempre meno interesse.

Solo di recente la questione ILVA ha concesso al paese di ritornare su questo tema. Ora la pandemia ha spezzato questa invisibilità portando alla luce il delicato rapporto tra diritto al lavoro e diritto alla salute, mettendo in evidenza le diseguaglianze che si sono accumulate nel tempo e la necessità di nuovi processi di democratizzazione del lavoro.
Rileggere lo Statuto oggi, con la lente della crisi sanitaria e a cascata economica, ci consente di interrogarci sui cambiamenti strutturali che attraversano il mondo del lavoro. La progressiva e costante metamorfosi dei tessuti produttivi, con lo spostamento del focus dalla fabbrica alla produzione di servizi e di conoscenza, con un lavoro sempre più fluido che esce dagli schemi “classici” dell’orario e posto di lavoro, ha reso meno efficace la potenza di tutela dello Statuto, generando smarrimento e costanti separazioni tra i lavoratori. Il lavoro non è stato più il collante ma il divisore in un mercato sempre più libero e fuori controllo, facendo perdere l’opportunità ai lavoratori di fare fronte comune nel promuovere i salari, diritti e tutele di chi lavora.
Il lockdown ha messo in evidenza come i cittadini italiani abbiano sottoscritto implicitamente un patto per la salute pubblica attraverso comportamenti virtuosi e grandi sacrifici. Ora ci troviamo nella fase 2 a dover sottoscrivere un patto implicito per il lavoro, dove il comportamento di ognuno diventa fondamentale affinché non si ritorni al lockdown con una nuova chiusura delle attività. Ma non possiamo fare affidamento solo sul comportamento ammirevole dei cittadini. La politica, il buon governo è chiamato a fare la sua parte. Tutelare la salute di un lavoratore non passa solo attraverso mascherine, DPI, distanziamento, ma necessita di un vaccino che si chiama democrazia.
Democratizzare il lavoro significa mettere il lavoratore al centro, e non il mercato. Significa sostenere uno sviluppo equo, inclusivo e sostenibile.
Naomi Klein sostiene che quando sei uscito fuori strada di molto, le soluzioni moderate sono la via per una veloce caduta nel baratro. C’è bisogno di una nuova stagione di diritti, ma soprattutto di cambio di paradigmi che consegnino una nuova cultura del lavoro.
I contratti di lavoro non possono più esser visti come solo lo scambio di forza, energia e tempo, ma la valorizzazione della risorsa più importante di un lavoratore: la sua dignità. Per questo abbiamo bisogno di una nuova organizzazione economico-sociale, una nuova stagione di democrazia dove al lavoratore, viene offerta la possibilità di sentirsi parte attiva dei processi decisionali, anche aziendali e non solo parte di una catena. Abbiamo ancora tanta strada ancora da percorrere: la tutela del lavoro per le donne, garantire la giusta conciliazione tra vita e lavoro, l’inclusione dei lavoratori disabili, il riconoscimento di lavori “invisibili” come ad esempio i caregiver familiari, estendere le tutele lavorative ai lavori per far emergere il lavoro nero senza diritti, dare il giusto riconoscimento nello sviluppo del Paese alle Partite Iva. Trasformiamo questo momento storico in una opportunità, celebriamo i 50 anni dello Statuto dei Lavoratori nel modo migliore ovvero concedendoci la possibilità di rileggerlo insieme e farlo diventare terreno attuale di confronto, ma anche scontro dialogico e non ideologico.

 


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