La salute di una democrazia dipende dalla qualità dei suoi perdenti

Vincitori e vinti delle elezioni hanno responsabilità fondamentali nelle democrazie. La buona sportività, completamente sconosciuta nella politica fino al XIX secolo, è cresciuta con la democrazia parlamentare, come una sorta di imitazione dell'istituzione liberale: una buona sportività implica la legittimità dell'altra parte e l'oscillazione naturale di vincere e perdere come qualcosa di normale, non qualcosa di fatale, da temere.

Non possiamo trarre piacere da una vittoria della nostra squadra del cuore se solo le sue vittorie sono considerate come risultati accettabili. Accettare sportivamente il risultato, per quanto doloroso, non è una norma del gioco, è una premessa, senza di essa si perde lo scopo del gioco stesso. Essere  in grado di accettare la perdita è uno dei fattori centrali, se non il requisito centrale della tenuta di una democrazia. Per garantire questo esiste una sorta di patto non scritto tra le parti: i vincitori non si vendicano del loro avversario abusando del nuovo potere contro di lui, mettendolo nella condizione di poter esercitare al meglio l’esercizio dell’opposizione, in modo tale da potergli garantire la speranza e possibilità di poter vincere le prossime elezioni, dall’altro lato i perdenti non rifiutano di accettare i risultati di un voto libero.

Quello che è successo a Washington il 6 gennaio, con i supporter di Trump che hanno fatto irruzione nel cuore del parlamento americano, cercando di bloccare le operazioni per il riconoscimento della vittoria di Joe Biden,  racconta proprio di quanto sia delicato questo equilibro democratico. Ognuno di noi ha esperienza di quali possono essere le reazioni ad una sconfitta e di come sia un’operazione facile quella di soffiare sui fuochi della rabbia per il risultato sperato e non ottenuto. Questa tendenza a perdere fiducia nelle regole del gioco, se non smorzata con atteggiamenti responsabili, rischia di scivolare in disobbedienza civile, violenza politica e una crisi della legittimità democratica. Per queste ragioni è fondamentale che il candidato perdente riconosca il diritto del vincitore di governare.

Ricordiamo tutti lo straordinario sacrificio intrapreso dal democratico Al Gore che nel dicembre 2000 ammise la sconfitta a George W. Bush dopo una delle elezioni più strette e divisive per gli Stati Uniti. La Corte Suprema ha interrotto il conteggio dei voti in Florida e ha effettivamente consegnato la presidenza a Bush, anche se Gore ha vinto il voto popolare nazionale e aveva buone ragioni per cercare di veder riconosciuto l’esito elettorale a suo favore. Gore ha poi sostenuto nel 2002 in una intervista al Washington Post che avrebbe potuto lanciarsi in una campagna di guerriglia di retroguardia di quattro anni per minare la legittimità della presidenza Bush e per costruire le basi per una rivincita, ma sentiva che quel comportamento non rappresentava il migliore interesse degli Stati Uniti e non era una linea di condotta responsabile per il bene della nazione. Una delle principali conquiste della democrazia moderna è la nozione di leale opposizione: quella che è contro il governo per ragioni di principio, ma non contro le procedure politiche per ragioni di parte. In altre parole, un'opposizione democratica potrebbe criticare il governo ma non dovrebbe negare la sua legittimità del governo. Ma creare le condizioni giuste affinché l’opposizione possa esercitare la sua funzione in modo leale è una questione delicata e chiama in causa la competenza anche costruire leggi elettorali eque e alleanze di governo sane. Costruire leggi elettorali che limitano l’espressione della rappresentanza delle forze politiche del paese e che generano contemporaneamente alleanze di governo volte a scongiurare la salita al potere di un partito o di un suo leader non consentono di creare le condizioni per l’espressione di una opposizione leale, ma solo di una opposizione anti-sistema.

Mettere in discussione i risultati delle elezioni, o la legittimità a governare (l’ordinamento politico della Repubblica Italiana si presta benissimo a questo dimensione pretestuale essendo una Repubblica parlamentare e non presidenziale) è una delle strategie preferite scelta dai populisti autoritari. Minaccia una delle funzioni primarie delle elezioni: affrontare il disaccordo in modo non violento. In teoria, il voto dovrebbe portare alla pace. Il filosofo politico Adam Preworski ha definito le elezioni come un mezzo per risolvere la questione tra chi è più forte senza che venga sparato un colpo. Tuttavia, tale aspettativa è disattesa dai populisti autoritari di destra, il cui modello di marketing politico è creare guerre culturali, esacerbare i conflitti e acuire le divisioni all'interno della società. Il populismo, si appella a un "popolo reale", il cui leader afferma di essere la loro unica e genuina voce. Di conseguenza, sostengono che tutti gli altri competitor sono fondamentalmente illegittimi: corrotti. Ovviamente si ben vedono da definire come non “popolo” gli elettori degli altri partiti. Qui si apre una questione delicata per le sorti della democrazia ovvero la gestione da parte dei leader populisti dell’ovvia contraddizione che incontrano nel naturale processo politico: come può un partito che si dichiara l'unico legittimo rappresentante del popolo non riuscire a ottenere la maggioranza alle urne? La soluzione all’enigma è l'utilizzo del termine populista per eccellenza: la maggioranza silenziosa. Per definizione, se la maggioranza silenziosa parla, allora i leader populisti saranno al potere. Se perdono, suggerisce questa retorica, non è perché non c'è una maggioranza che li sostiene; è dovuto al silenzio della maggioranza. Qualcosa o qualcuno deve aver soffocato la voce della maggioranza. Pertanto, i populisti spesso insinuano di non aver perso affatto un'elezione, ma piuttosto che le élite corrotte hanno manipolato il voto da dietro le quinte.

Ciò che non è compatibile con la democrazia è l'affermazione dei populisti che un sistema in cui perdono deve, necessariamente, essere corrotto o disfunzionale. Spingendo le teorie del complotto e mettendo in discussione l'integrità di tutto ciò che non porta loro la vittoria, i populisti sovvertono la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e quindi danneggiano la cultura politica e allontano i cittadini dalle istituzioni democratiche. In una democrazia, perdere è in realtà una faccenda davvero complicata. Perché i perdenti in una competizione democratica devono riuscire a gestire due punti di vista apparentemente contraddittori: che le politiche dei vincitori sono sbagliate e che queste politiche dovrebbero essere attuate perché i vincitori delle elezioni sono stati autorizzati dalla maggioranza dei cittadini a realizzarle. Solo la competenza a tollerare questi aspetti può consentire al perdente di oggi di costruire la sua azione politica per cercare di vincere domani e permettere così contemporaneamente alla democrazia di sopravvivere.


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